I ricordi di Orvedo

Quando è arrivato in As.Fra.?

Nel 1989. C’era solo casa San Paolo, con 60 ospiti in tutto in una ventina di camere, dove sono rimasto 20 anni. Ho visto nascere Casa Iris, dove mi sono trasferito per cinque anni, fino al 2014, per poi tornare in casa San Paolo fino allo scorso gennaio, quando mi sono trasferito in appartamento protetto, prima all’interno della struttura, poi a Lissone.

Poi mi dice che è subentrata una crisi

Sì. Forse il lockdown avrà influito, ma ho cominciato a vedere tutto nero, nessun futuro per me.

Si è sentito solo?

All’inizio sì, ma appena gli operatori si sono accorti che c’era qualcosa che non andava, sono venuti a cercarmi. Letteralmente sa? Io vagavo per il parco di Monza, non credevo più in me stesso e non sapevo dove andare.  Loro mi cercavano. Per fortuna mi hanno trovato.

E che cosa hanno fatto?

Per prima cosa mi hanno preso per mano. Poi mi hanno accompagnato in ospedale, dove con un cambio di terapia e tanta pazienza e lavoro sono tornato ad essere quello di prima. 

Mi spieghi meglio

Per prima cosa ho trovato una persona (un medico, ndr) che mi ha fatto “tirare fuori tutto”. Sono riuscito a uscirne, anche piangendo a dirotto dopo mesi in cui non provavo alcun sentimento, ma comprendendo quali erano le fonti di sofferenza in me. E in questo mi sono reso conto che la pandemia, con la distanza dagli affetti, da mia madre, dai miei fratelli, aveva una grande responsabilità. Il ritorno a casa non è stato felice. Sono ricaduto nella disperazione: io ho sempre sognato di lavorare con i cavalli e per qualche tempo l’ho anche fatto. Poi volevo fare il “buttafuori” e, nel mio delirio, pensavo di esserlo davvero. Ero il buttafuori del Parco di Monza, ci dormivo pure… È lì che, ancora una volta, gli operatori mi hanno trovato. In seguito ho accettato un nuovo ricovero, durante il quale non sapevo nulla di me. Non sapevo chi fossi e dove fossi. Al termine del ricovero fu chiaro che il meglio per me era tornare in comunità

Quanti anni aveva quando è entrato per la prima volta?

Ventuno. All’inizio non c’erano operatori. Solo uno psichiatra e una psicologa. Li ricordo ancora: psichiatra dr. Nicastro, psicologa dott. Maria Grazia Santini, presidente dott. Luciano Medici. Allora si usava anche la contenzione, i metodi di cura erano anni luce indietro rispetto ad oggi. Tante anche allora le attività, proprio come ai tempi d’oggi. Ricordo anche il Presidente successivo, ma nel mio cuore c’è ancora Medici, che oggi purtroppo non è più in vita: caparbio ma dolce.  All’attuale presidente, il dott. Pirola, sono grato per avere introdotto le vacanze di comunità e ammiro anche il direttore clinico, dr. Cavalleri, per la sua professionalità

Com’è la vita qui?

Prima era una bella vita. Ora tutto si è fermato. Spero presto di tornare alla normalità, con i miei cavalli – anche con i cani a pensarci bene – e soprattutto con un nuovo abbraccio ai miei cari.

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