Eppure, sono ancora qui!

Abbiamo parlato con Giògiò, che ci ha raccontato della sua personale esperienza durante il lockdown.

«Vi racconto un fatto: qualche settimana fa, mentre ero a colloquio con un educatore è arrivato un ragazzo di San Paolo, dicendo che cestino nel centro diurno aveva preso fuoco, con fiamme alte. Subito accorsi, abbiamo spento l’incendio

E questo che cosa ti ha fatto pensare? Che chi ha compiuto questo gesto non ce la faceva più In che senso?
«Nel senso che tutti noi abbiamo molto sofferto il lockdown. Qualcuno, per sfogare la propria rabbia, ha messo a rischio la vita degli altri.

Parlami del tuo lockdown.
«La mia vita scorreva tutto sommato tranquilla. Stavo bene, facevo le mie uscite, il mio corso da DJ e nel weekend andavo a casa. Poi, all’improvviso, tutto è cambiato. Basta uscite, basta attività, niente più corso per DJ, niente rientri a casa. Io vivo per la musica, senza la musica non sarei nulla. Sono nulla senza la musica. Terribile. Il “muro”, quello a cui abbiamo intitolato il nostro giornale, si è chiuso. Si è chiuso per proteggerci, ora me ne rendo conto. Ma sul momento mi ha dato tanta angoscia.»

Avresti preferito essere a casa?
«All’inizio l’ho pensato. Almeno avrei avuto la possibilità di fare la mia musica. Ma poi ho realizzato che non sarebbe stato meglio. A casa sarei stato solo. Qui ci sono persone, che hanno condiviso con me questo difficile periodo. Non è stato facile, eravamo tutti nervosi, ma eravamo insieme. Poi, piano piano, abbiamo ripreso anche a fare delle attività. Quelle possibile con le norme di contenimento del virus.»

Che cos’è che ti è pesato di più?
Devi sapere che io faccio fatica a non farmi carico dei problemi degli altri. Faccio fatica a sentirmi dire “no”, ma anche a dirlo io. La sofferenza amplificata dei miei compagni durante la quarantena è stata difficile da sopportare.»

Ma tu ti metti in gioco per aiutare.
«Sì, ma se non riesci a mantenere la giusta distanza e ti fai travolgere non va bene, non fa bene a te e nemmeno agli altri.»

Mi stai dicendo che in quarantena era tutto amplificato?
«Esattamente. Io ho sempre avuto problemi di gestione della rabbia. Mi sfogavo rompendo cose e questo mi ha portato anche al ricovero in SPDC. Se oltre ai tuoi problemi ti “becchi” anche quelli degli altri rischi di crollare. La quarantena era un mondo amplificato. Diciamo che qui c’erano dei lati negativi, però c’erano anche dei lati positivi, il maggiore dei quali era non essere solo e avere comunque delle persone con cui parlare: penso agli operatori, ai medici, eccetera.»

Quindi restando hai fatto la scelta giusta?
«Questa esperienza è stata dura per tutti, molto dura, durissima però adesso possiamo anche guardarla con un po’ più di oggettività, perché in qualche modo ne stiamo uscendo. Io ho bene in mente di avere un percorso da portare a termine e il lockdown è stato parte di questo percorso. In un mese abbiamo fatto tantissima strada. Questa coscienza mi ha fatto rimanere. E adesso ne sono fiero. Momenti di crisi? Posso dirlo? Un giorno ho tirato giù un palo… Quindi, ascoltami: sono partito dall’incendio del cestino e questo fatto mi ha suscitato dei pensieri. Ho capito che il cestino avrei potuto incendiarlo io, avrei potuto “incendiare” il percorso compiuto finora, mollare tutto e andarmene. Ma non l’ho fatto. Sì, nonostante tutto, SONO ANCORA QUI!»

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